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Incontri stintinesi Narrazioni dal mare…pescatori, tonni, riti e luoghi. L’intervento di Gabriella Mondardini Morelli

Pubblichiamo di seguito la presentazione della professoressa Gabriella Mondardini Morelli dei volumi: Antonio Diana, Il tempo della memoria 3. Storie, leggende, documenti di Stintino, La Grafica, Porto Torres 2011 ; Marina Rita Massidda (a cura di), Guglielmo Massidda, Asinara. L’album di un fotografo del ‘900 residente nell’Isola, Marenostrum editrice, Sassari 2011.

 

Devo innanzitutto ringraziare il Centro Studi sulla Civiltà del mare, e l’amministrazione comunale che ci ospita, per l’invito a questo denso incontro di oggi; queste occasioni che si ripetono mi danno la sensazione di un dialogo che continua, con voi qui presenti, ma anche, più in generale, con tutti gli Stintinesi, consentendomi di riflettere e di crescere.

Complimenti per la densità della produzione: si può proprio dire che Stintino è passato dalla narrazione orale alla narrazione scritta, a cominciare dal primo cittadino, che qui presenta il suo terzo lavoro, dedicato al tempo della memoria, e poi questo, Asinara, che raccoglie le fotografie di Guglielmo Massidda, con la cura e il commento di Marina Rita Massidda.

Al di là delle differenza c’è qualcosa che accomuna questi due libri, qualcosa che, a mio avviso, si comprende evocando due concetti importanti che sono eredità e futuro.

Il libro Asinara, una raccolta di fotografie scattale all’Asinara dal 1915 al 1957, è un libro fatto con intelligenza, buon gusto, grazia. Le foto, rigorosamente in bianco e nero, restituiscono un’atmosfera poetica che precede e sollecita l’interesse per i contenuti.

I contenuti sono foto d’epoca non casuali, ma chiaramente espressione di un fotografo impegnato, che, come narra il commento della nipote Marina Rita, era attento a sfruttare momenti di luce favorevole, selezionando i soggetti, evitando le pose, perché le fotografie dovevano “parlare, raccontare, suggerire”.

E di fatto le sue numerose fotografie raccontano ambienti, persone, cose, animali e attività, talvolta dando forma e realtà al mito. Ad esempio molti narrano del passaggio della “principessa del melograno d’oro” all’Asinara, ma Guglielmo Massidda le ha dato dei distinti compagni di viaggio, e un volto, quel tenero volto di giovane donna, che stringe la manina del figlio più piccolo, il quale, come sappiamo grazie alla preziosa didascalia di Marina Rita, morirà all’Asinara.

Ogni fotografia è un racconto, che può associarsi ad altre dando forma a percorsi che ogni lettore può seguire in base alla propria sensibilità. L’ambiente emerge sempre in maniera viva, non oleografica, il mare è per lo più in tempesta, i paesaggi di terra sono animati dagli animali, dalle attività dei detenuti: documenti importanti, come le visite delle autorità del 1938, che rivelano abbigliamento, rituali e gestualità del regime fascista.

E poi tante figure femminili, a cominciare da Anna Marri, la madre di Guglielmo, che viene dalle mie parti, da Faenza, e approda all’Asinara nel 1888, sposa di Francesco Massidda, che avrà ben 12 figli , fra cui una bella nidiata di ragazze, come appare nella foto a p. 13, ragazze che sanno menare il remo, come emerge in più occasioni, restituendo l’immagine di donne che vivono all’aria aperta, in libertà, a contatto con la natura. E a p. 44, siamo nel 1938, le signore in visita esibiscono un’eleganza straordinaria, non meno degli uomini, che posano ben separati dalle donne…Insomma il libro è un vero scrigno da esplorare.

Altrettanto preziosi sono i commenti di Marina Rita, che attinge alla sua memoria e alle sue frequentazioni del nonno. Qui è immediato il senso di eredità e futuro: le foto del nonno sono il testimone, (e per testimone intendo il bastoncino che, nelle corse a staffetta, deve essere consegnato al compagno a cui spetta il successivo tratto di corsa), le foto sono questo bastoncino che Marina Rita, piuttosto che lasciarle ingiallire in un cassetto privato, attraverso il libro ci mette del suo e passa il testimone a tutti noi, un’eredità da lasciare al futuro. Nella poesia di Costantino Kavafis che apre il libro, il poeta si rivolge a Ulisse dicendogli di non aspettarsi troppo da Itaca , la sua isola natale : “Itaca ti ha dato il bel viaggio, senza di lei mai ti saresti messo sulla strada”. Così anche per Marina Rita, che come ognuno di noi, non potrebbe procedere se non innestando le strade del futuro sulle proprie radici.

Quanto al Tempo della memoria 3, di Antonio Diana, devo dire innanzitutto che trovo in questo libro un avanzamento rispetto a quello precedente, perché qui c’è una maggiore presenza dell’autore, che tratta, con competenza, temi di vita quotidiana del passato come la pesca delle aragoste, la conservazione della bottarga e la pratica del palio remiero: il palio remiero vi appare come un vero e proprio apprendistato materiale e sociale, perché non si tratta solo di misurarsi col mare, la barca e i remi, ma anche di disciplinarsi nella sintonia cogli altri rematori, insomma a far parte di un equipaggio.

Sono temi che consentono di ripercorrere i fili delle vite della gente di Stintino intrecciate fra terra e mare, dando conto del costituirsi di una comunità marinara. Una comunità che sa mostrarsi solidale a fronte di eventi come il nubifragio del 1936, come emerge dalla descrizione che ne da Peppino Bosco nel saggio estratto dal libro A sud di Punta negra. Si sa che ovunque i pescatori si caratterizzano per l’aggregazione degli insediamenti, e questo consente loro di darsi aiuto reciproco, cosa che permane anche quando gli uomini o le famiglie sono per qualche ragione in conflitto.

Non meno impegnativi e utili da un punto di vista storico i capitoli che riguardano le torri costiere, le chiese dell’Asinara e il Portolano, che prosegue quello iniziato nel libro precedente, ma questo è ancora più ricco nella descrizione dei toponimi, ognuno dei quali, più che da nozioni etimologiche, attinge senso da storie vive, di frequentazioni rischiose e coraggiose. Utili, dicevo, anche perché con la frequentazione turistica i toponimi possono cambiare, com’è il caso indicato da Diana a proposito della Valle della luna, un tempo cala del Biggiu Marinu, così chiamato, in passato, per la presenza nel luogo di foche monache.

Ovunque il corredo linguistico locale è interessante e utile a fini comparativi: ad esempio le aragoste venivano “incestinate” “incugnate”, questo incugnate mi mancava e non so se sia diffuso anche negli altri porti.

Io mi limito qui solo a qualche spunto, perché il libro va letto. Peraltro la scrittura è agile, essenziale, mai astratta e astrusa.

Delle fotografie si può dire, come per il libro sull’Asinara, che a loro volta raccontano storie, in particolare quelle che riguardano la pesca delle aragoste e la conservazione della bottarga; ad esempio a p. 17 c’è un’immagine sulla costruzione della nassa, un’attività che ha segnato la vita dei pescatori stintinesi e un’arte dell’intreccio antica. Qui si vede ciò che l’antropologo francese Marcel Mauss indica quando dice che il corpo è il primo e più naturale strumento dell’uomo: il pescatore stringe fra le ginocchia le cime dei giunchi, mentre con le mani procede all’intreccio, le mani servono a misurare, forniscono infatti il palmo e il pollice e, quando è necessario, la bocca può reggere l’ago; alla pagina seguente compare la foto del ciccarellu, una nassa a due entrate e poi il maruffo, meno conosciuto, come ha notato anche Alberto Azzena nella prefazione, ma che presenta con materiali più robusti lo stesso intreccio delle nasse. Questi oggetti, all’apparenza modesti, incorporano saperi sul territorio, si tratti della terra, identificando materiali e trattandoli, e del mare, perché gli strumenti di pesca sono costruiti sulla base della conoscenza dei pesci e delle loro abitudini. Anche quest’arte dell’intreccio è da conservare e tutelare, prima che sparisca dalle mani degli anziani.

Il libro si avvale di quattro scritti introduttivi, che forniscono altrettanti sguardi di apprezzamento e riflessione.

Da parte mia vorrei sottolineare l’accrescersi della responsabilità quando si passa dall’oralità alla scrittura. Il racconto orale può modificarsi, svanire nel tempo. Lo scritto resta. Diventa eredità, patrimonio di tutti. E quando, come in questo caso si assume il compito di afferrare il testimone di una comunità e tramandarlo, la responsabilità è tanta, perché in definitiva il tempo della memoria è declinato al futuro.

Gabriella Mondardini Morelli

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